Un’esplorazione emotiva delle nostre resistenze interiori
La felicità è forse il sentimento più desiderato e, paradossalmente, il più temuto. La cerchiamo, la inseguiamo, la idealizziamo. Ma quando si avvicina, quando ci sfiora davvero, qualcosa dentro di noi si ritrae. Come se non fossimo pronti, come se non fossimo degni, come se la felicità fosse un luogo troppo luminoso per chi ha imparato a vivere nell’ombra.
Abbiamo paura della felicità perché ci espone. Ci mette a nudo. Ci costringe a riconoscere che, per un attimo, tutto è possibile. E questa possibilità, invece di liberarci, ci spaventa. Perché implica una responsabilità: quella di accoglierla, di viverla, di non sabotarla. E non sempre siamo pronti a farlo.
La felicità ci destabilizza. Siamo abituati al dolore, alla mancanza, al conflitto. Abbiamo costruito identità che si reggono sulla lotta, sulla resistenza, sulla sopravvivenza. Quando arriva la felicità, ci chiede di disarmarci. Di abbassare le difese. Di fidarci. E fidarsi, per chi ha conosciuto la ferita, è un atto rivoluzionario.
A volte temiamo che la felicità sia fragile. Che duri poco. Che sia solo una tregua prima di un nuovo dolore. E allora preferiamo non viverla del tutto, per non doverla perdere. È una forma di protezione, di controllo. Ma è anche una rinuncia. Perché nel tentativo di non soffrire, smettiamo di sentire.
Ci sono ferite che ci fanno credere di non meritarla. Esperienze che ci hanno insegnato che la gioia è per gli altri, non per noi. E così, quando la felicità si presenta, la guardiamo con sospetto. La analizziamo, la rimandiamo, la sabotiamo. Non perché non la vogliamo, ma perché non sappiamo come abitarla.
La felicità richiede presenza. Richiede apertura. Richiede il coraggio di essere vulnerabili. E questo, per molti, è più difficile che affrontare il dolore. Perché il dolore, almeno, lo conosciamo. La felicità, invece, è un territorio nuovo. E ogni territorio nuovo fa paura.
Ma forse la felicità non è un premio, né una meta. È un momento. Un respiro. Un istante in cui ci permettiamo di essere interi. E se impariamo a viverla senza pretese, senza aspettative, senza paura di perderla, allora smette di essere minacciosa. Diventa possibile.
Abbiamo paura della felicità perché ci chiede di cambiare. Di lasciare andare ciò che ci ha tenuti al sicuro. Di aprirci a una versione di noi che non conosciamo ancora. Ma è proprio lì, in quel cambiamento, che possiamo ritrovarci.
La felicità non è assenza di dolore. È la capacità di sentire tutto, e di scegliere comunque la luce.
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