C’è un momento, nella vita digitale di ognuno di noi, in cui crediamo di essere noi a scegliere. Scegliamo cosa guardare, cosa comprare, cosa ascoltare, cosa leggere. Scegliamo un video, un prodotto, una notizia. Scegliamo perfino le persone da seguire.
O almeno, così ci piace pensare.
La verità è più sottile, più elegante, più inquietante: non siamo noi a scegliere. Sono gli algoritmi a scegliere per noi. E lo fanno con una precisione che non ha nulla di magico. È matematica, statistica, calcolo. È tecnologia che osserva, impara, anticipa.
Gli algoritmi non ci conoscono per nome. Non sanno chi siamo, non sanno cosa abbiamo vissuto, non sanno cosa ci fa male o cosa ci fa bene. Sanno solo una cosa: come ci comportiamo.
Ed è da lì che inizia tutto.
Il comportamento come identità
Ogni volta che scorriamo un feed, lasciamo una traccia. Ogni volta che ci fermiamo un secondo in più su un’immagine, lasciamo un segnale. Ogni volta che clicchiamo, ignoriamo, torniamo indietro, cambiamo direzione, costruiamo un profilo invisibile.
Tecnicamente, questo processo si chiama machine learning. È un sistema che analizza miliardi di micro-azioni e costruisce un modello di noi. Non un modello psicologico, non un ritratto emotivo. Un modello matematico.
Gli algoritmi non dicono: “A Bernardin piace questo.” Dicono: “Un utente che si comporta come lui, con questi tempi, con questi ritmi, con queste pause, probabilmente vorrà vedere questo contenuto.”
È una previsione. Una previsione così precisa da sembrare destino.
Il feed non è uno specchio: è una gabbia morbida
Quando apriamo un social, non vediamo il mondo. Vediamo la versione del mondo che l’algoritmo ha costruito per noi.
Non è censura. Non è manipolazione. È ottimizzazione.
Gli algoritmi hanno un obiettivo semplice: tenerci dentro il più a lungo possibile.
E per farlo, ci mostrano ciò che ci trattiene, ciò che ci stimola, ciò che ci fa reagire. Non ciò che è vero. Non ciò che è utile. Non ciò che è importante.
Ciò che funziona.
Tecnicamente, questo processo si basa su un parametro chiamato engagement rate. È una formula che misura quanto un contenuto ci cattura. Più ci cattura, più ne riceviamo. Più ne riceviamo, più diventiamo prevedibili.
E più diventiamo prevedibili, più l’algoritmo ci stringe in una bolla perfetta, morbida, confortevole. Una bolla che sembra libertà, ma è solo un percorso guidato.
Gli algoritmi non leggono la mente: leggono il tempo
La parte più affascinante è che gli algoritmi non hanno bisogno di sapere cosa pensiamo. Gli basta sapere quanto tempo restiamo su qualcosa.
Il tempo è la vera valuta del mondo digitale. È più prezioso dei dati personali, più prezioso dei like, più prezioso dei commenti.
Tecnicamente, ogni piattaforma misura:
tempo di visualizzazione
tempo di pausa
tempo di ritorno
tempo di abbandono
Il tempo è un segnale emotivo. E gli algoritmi lo trattano come un indizio.
Non sanno perché ci fermiamo. Sanno solo che ci fermiamo. E questo basta.
La scelta che non scegliamo
Quando un algoritmo ci suggerisce un video, non sta dicendo: “Questo ti piacerà.” Sta dicendo: “Questo ti terrà qui.”
Quando ci suggerisce un prodotto, non sta dicendo: “Ne hai bisogno.” Sta dicendo: “È probabile che tu lo compri.”
Quando ci suggerisce una notizia, non sta dicendo: “È importante.” Sta dicendo: “È ciò che ti farà reagire.”
La tecnologia non ha intenzioni morali. Ha obiettivi numerici.
E noi viviamo dentro quei numeri.
La consapevolezza come libertà
Non possiamo spegnere gli algoritmi. Non possiamo uscire dal sistema. Non possiamo tornare a un mondo senza suggerimenti, senza feed, senza previsioni.
Ma possiamo fare una cosa: capire come funziona.
La consapevolezza non ci libera dalla tecnologia. Ci libera dall’illusione.
E quando smettiamo di credere che siamo noi a scegliere tutto, iniziamo a scegliere davvero.
Perché la tecnologia non è un nemico. È un compagno potente, ma cieco. E come ogni forza cieca, ha bisogno di qualcuno che la guidi.
Non siamo prigionieri degli algoritmi. Siamo semplicemente esseri umani che vivono in un mondo costruito da formule. E conoscere quelle formule è il primo passo per non esserne dominati.
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