C’è un momento, nella storia di ogni società, in cui bisogna smettere di guardare il problema da lontano e iniziare a guardarlo negli occhi. Il tema delle droghe è uno di quelli che abbiamo preferito nascondere sotto il tappeto, come se ignorarlo potesse cancellarlo. E invece, più lo nascondiamo, più cresce. Più lo proibiamo, più diventa desiderabile. Più lo puniamo, più si sposta nell’ombra, dove nessuno vede, nessuno aiuta, nessuno salva.
La verità è che la droga non è solo una sostanza: è un luogo. Un luogo buio, dove finiscono persone che spesso non volevano neppure entrarci. E quando ci entrano, lo fanno da sole, in silenzio, con la paura negli occhi e la vergogna nelle tasche. È qui che la società sbaglia: non nel giudizio morale, ma nel modo in cui affronta il problema.
Il modello portoghese è diventato un caso di studio proprio per questo. Non perché abbia “legalizzato” cocaina o eroina — non l’ha fatto, e non lo farà — ma perché ha capito che la punizione non cura, non salva, non cambia. Ha capito che chi usa droghe pesanti non è un criminale, ma una persona che ha perso l’equilibrio. E invece di spingerla ancora più giù, le ha teso una mano.
In Portogallo, chi consuma non viene arrestato, non viene umiliato, non viene nascosto. Viene accompagnato. Esistono centri dove le persone possono usare la sostanza sotto controllo medico, lontano dalla strada, lontano dai bagni luridi delle stazioni, lontano dalla solitudine che uccide più dell’overdose. In quei centri non c’è solo un medico: c’è uno psicologo, un operatore sociale, qualcuno che ti guarda negli occhi e ti dice che puoi ancora cambiare strada. E molti lo fanno davvero, perché per la prima volta non si sentono mostri, ma esseri umani.
Il risultato è sorprendente: meno morti, meno infezioni, meno criminalità, meno dipendenza. Non perché la droga sia diventata “accettabile”, ma perché non è più un tabù. Quando togli il fascino del proibito, togli anche la spinta autodistruttiva che nasce dal nascondersi. Quando smetti di punire e inizi a curare, la società respira.
In Italia, invece, la scena è ancora quella di sempre: persone che si nascondono, che usano in silenzio, che muoiono da sole. Non perché vogliono, ma perché non hanno alternative. E ogni volta che una vita si spegne in un vicolo, non è solo la droga a uccidere: è l’assenza di un sistema che sappia vedere, ascoltare, intervenire.
Non esiste una soluzione semplice. Ma esiste una direzione chiara: smettere di trattare la dipendenza come un crimine e iniziare a trattarla come una ferita. Una ferita che può essere curata solo alla luce del sole, non nell’ombra.
Forse il vero coraggio non è proibire, ma capire. Non punire, ma accompagnare. Non nascondere, ma guardare. Perché la droga distrugge, sì, ma il silenzio fa molto peggio.
