L’OPEC+ ha scelto l’immobilità in un momento in cui tutto, attorno, si muove. La crisi venezuelana, l’arresto di Maduro, le tensioni geopolitiche e il crollo del petrolio non sono bastati a spingere il cartello verso un cambio di rotta. La produzione resta dov’era, come se la priorità fosse una sola: preservare la stabilità, almeno in apparenza.
La riunione è stata rapida, quasi chirurgica. Gli otto Paesi che guidano l’alleanza hanno evitato di aprire il dossier Venezuela, trattandolo come una variabile da osservare, non come un’emergenza. Il mercato del greggio, già appesantito da un’offerta abbondante e da un calo dei prezzi superiore al 18% quest’anno, non avrebbe retto un’altra scossa.
Il Venezuela pesa poco sul totale dell’offerta globale, ma pesa moltissimo sulla narrativa. Un cambio di regime potrebbe riportare rapidamente sul mercato barili oggi bloccati, alterando gli equilibri nei prossimi mesi. L’OPEC+ lo sa, e preferisce aspettare. Aspettare di capire chi controllerà la produzione. Aspettare di capire come reagiranno gli Stati Uniti. Aspettare di capire se il cartello stesso riuscirà a restare compatto.
Perché sotto la superficie ci sono tensioni che non si possono ignorare: rivalità interne, divergenze strategiche, fratture che emergono ogni volta che il prezzo del petrolio scende troppo o sale troppo in fretta.
La decisione di oggi non è un segnale di forza, ma di prudenza. È una pausa. Una tregua. Un modo per dire al mercato: “Non aggiungiamo caos al caos”.
Ma è anche un silenzio che pesa. Perché in un mondo che cambia così velocemente, restare fermi è già una scelta. E ogni scelta, oggi, ha conseguenze.
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