C’è un momento in cui lo capiamo davvero: la vita non sarà mai un’opera completa. Non avrà mai un finale perfetto, una forma definitiva, una versione “finita” da consegnare al mondo. È un cantiere aperto, un manoscritto pieno di cancellature, una scultura che continua a cambiare forma sotto le mani del tempo. E forse è proprio questo il suo valore più grande.
Viviamo spesso come se dovessimo arrivare da qualche parte. Come se ci fosse un punto preciso in cui tutto si sistema, tutto si chiarisce, tutto si compie. Ma quel punto non arriva. E non perché abbiamo sbagliato strada, ma perché la vita non funziona così. La vita non si completa: si attraversa.
Siamo fatti di tentativi, di intuizioni, di errori che ci hanno salvato più di quanto ci abbiano ferito. Siamo fatti di inizi lasciati a metà, di sogni che hanno cambiato forma, di desideri che non abbiamo avuto il coraggio di seguire e di altri che ci hanno portato lontano senza che sapessimo come. Ogni cosa che non abbiamo finito non è un fallimento: è una traccia del nostro movimento.
L’incompiutezza non è mancanza. È spazio. È possibilità. È il margine che ci permette di cambiare, di crescere, di sorprenderci. Se fossimo opere finite, saremmo immobili. Invece siamo vivi proprio perché non siamo mai del tutto definiti.
C’è una bellezza profonda nel guardare la propria vita come un’opera aperta. Significa accettare che non tutto deve essere perfetto, che non tutto deve essere risolto, che non tutto deve avere un senso immediato. Significa riconoscere che anche ciò che non abbiamo portato a termine ci appartiene, ci plasma, ci racconta.
Le relazioni che non hanno avuto un finale chiaro, i progetti rimasti sospesi, le versioni di noi che abbiamo abbandonato lungo la strada: sono tutte parti dell’opera. Parti grezze, imperfette, ma necessarie. Perché è nell’imperfezione che si vede la mano dell’artista. E noi siamo artisti inconsapevoli della nostra stessa esistenza.
Accettare la vita come opera incompiuta significa anche fare pace con il tempo. Con ciò che non torna, con ciò che non abbiamo fatto in tempo a dire, con ciò che non abbiamo potuto salvare. Non per rassegnazione, ma per amore. Perché ogni cosa che abbiamo vissuto, anche quella rimasta a metà, ha avuto un ruolo nel costruire ciò che siamo oggi.
E forse il senso è proprio questo: non arrivare, ma continuare. Continuare a scrivere, a cambiare, a sbagliare, a ricominciare. Continuare a lasciare segni, anche quando non sappiamo dove porteranno. Continuare a vivere sapendo che non ci sarà mai un “capolavoro finito”, ma solo un’opera in evoluzione.
La vita come opera incompiuta non è un limite. È una libertà. È la possibilità di essere sempre nuovi, sempre in movimento, sempre aperti al prossimo capitolo. È la consapevolezza che, finché respiriamo, possiamo ancora aggiungere una frase, un colore, un gesto.
E forse, alla fine, la nostra incompiutezza è la cosa più compiuta che abbiamo.
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