L’euro digitale non esiste ancora, eppure divide già l’Europa. È il paradosso perfetto del nostro tempo: discutiamo con fervore di qualcosa che non abbiamo ancora visto, toccato, usato. Ma forse è proprio questo il punto. L’euro digitale non è solo un progetto tecnico, è un’idea. E le idee, quando toccano il denaro, la sovranità e la privacy, diventano immediatamente politiche.
Da un lato c’è chi lo vede come un passo inevitabile. Un’Europa che vuole restare rilevante non può permettersi di lasciare il campo alle big tech americane, alle stablecoin private, o alla Cina con il suo yuan digitale già operativo. L’euro digitale sarebbe un’infrastruttura pubblica, un modo per garantire che il denaro resti un bene comune anche nell’era delle piattaforme.
Dall’altro lato c’è la paura. Paura che un euro digitale possa trasformarsi in uno strumento di controllo, che lo Stato possa vedere ogni transazione, che la privacy venga sacrificata sull’altare dell’innovazione. Paura che le banche commerciali perdano potere, che i cittadini spostino i depositi verso la banca centrale, che il sistema finanziario si destabilizzi. Paura, soprattutto, di un cambiamento percepito come imposto dall’alto.
Il risultato è un’Europa spaccata in due: – chi vede l’euro digitale come un’opportunità strategica – chi lo percepisce come una minaccia alla libertà economica
E in mezzo c’è la realtà: un progetto ancora in fase di definizione, pieno di incognite, che richiederà anni per essere implementato. Ma la divisione è già qui, perché l’euro digitale non parla solo di tecnologia. Parla di fiducia. Parla di chi decide cosa. Parla di come immaginiamo il futuro del denaro.
Forse la vera domanda non è se l’Europa sia pronta per l’euro digitale, ma se sia pronta a discutere di denaro in modo trasparente, senza trasformare ogni innovazione in un campo di battaglia ideologico. Perché il digitale non aspetta. E se l’Europa resta ferma, qualcun altro deciderà al suo posto.
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