Ci sono città che non esistono più, eppure continuano a parlarci con una voce che attraversa i secoli. Non hanno strade percorribili, né abitanti, né confini riconoscibili. Hanno solo rovine, sabbia, pietra, ombre. Eppure, proprio da quelle rovine nasce un linguaggio che nessuna civiltà moderna ha mai davvero smesso di ascoltare.
Le città perdute non sono semplicemente luoghi abbandonati: sono domande aperte. Domande che il tempo non ha cancellato, ma inciso più a fondo.
Camminare tra i resti di Angkor è come entrare in un sogno interrotto. Le radici degli alberi avvolgono i templi come se volessero proteggerli, o reclamarli. Ogni bassorilievo sembra raccontare una storia che non abbiamo più gli strumenti per decifrare. Eppure, qualcosa arriva lo stesso: la sensazione che lì, in quel silenzio, ci sia ancora un respiro.
A Petra, la città scolpita nella roccia, il vento è l’unico custode rimasto. Passa tra le colonne, sfiora le facciate rosate, entra nei corridoi scavati dai Nabatei come se volesse ricordarci che nulla, nemmeno la pietra, è davvero eterno. Eppure, proprio quella fragilità la rende viva. Petra non è morta: è sospesa.
Le città perdute parlano anche quando non resta quasi nulla. Di Mohenjo-Daro abbiamo solo mattoni, strade, canali. Nessun nome di re, nessun monumento trionfale, nessuna cronaca. Eppure, da quella semplicità emerge un messaggio potente: una civiltà può essere grande senza essere rumorosa. Può essere avanzata senza essere arrogante. Può scomparire senza essere
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