LA BOJ ALZA I TASSI, MA LO YEN CONTINUA A INDEBOLIRSI


È uno di quei paradossi che il mercato ama mettere in scena: la Bank of Japan rompe decenni di politica ultra-accomodante, alza i tassi, manda un segnale di normalizzazione… e lo yen, invece di rafforzarsi, continua a scivolare.

Un movimento che sembra contraddire la logica, ma che in realtà racconta molto di più: racconta la distanza tra ciò che la BoJ può fare e ciò che il mercato si aspetta.

Il rialzo dei tassi è stato percepito come timido, quasi simbolico. Un gesto più politico che monetario, un modo per dire “stiamo cambiando” senza però cambiare davvero. E i mercati, che vivono di confronti, hanno guardato subito altrove: agli Stati Uniti, dove i rendimenti restano più alti; all’Europa, dove la stretta è stata più decisa; ai flussi globali, che continuano a premiare le valute con carry più generoso.

Così lo yen si indebolisce non perché la BoJ abbia sbagliato mossa, ma perché non ha fatto abbastanza per colmare il divario con il resto del mondo. Il Giappone resta un paese di tassi bassi in un mondo che, nonostante i segnali di rallentamento, continua a offrire rendimenti più appetibili altrove. E gli investitori seguono la gravità del rendimento, non la narrativa del cambiamento.

C’è poi un altro elemento: la BoJ non vuole uno yen troppo forte. Un rafforzamento improvviso sarebbe un colpo per l’export, per le aziende, per un’economia che vive ancora di equilibrio fragile. Il risultato è un rialzo dei tassi calibrato, prudente, quasi timoroso. E un mercato che lo interpreta come un segnale di continuità, non di svolta.

Lo yen che si indebolisce dopo un rialzo dei tassi è la fotografia perfetta del Giappone di oggi: un paese che prova a cambiare, ma che non può permettersi di farlo troppo in fretta. E i mercati, come sempre, lo capiscono prima di tutti.

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